riciclaggio

Con la Circolare 1/2018 la GdF farà attenzione alla ricostruzione del circuito dei flussi finanziari per contestare il reato di riciclaggio

Ma per la Cassazione mentre si può perseguire il riciclaggio “per equivalente” non si può contestare il “riciclaggio anticipato”.

-Articolo di Giuseppe Miceli

La GdF può procedere alla contestazione per riciclaggio o autoriciclaggio “per equivalente” sulla base dell’illecita provenienza della ricchezza re-immessa nell’economia legale. Il problema sorge nei casi in cui il reato presupposto sia di natura tributaria e, ancor più, se questo sia a formazione continua. In tali casi, infatti, oltre alla ricostruzione dei flussi finanziari, si dovrà attendere l’effettiva realizzazione della condotta delittuosa, non essendo possibile procedere contro la fattispecie di “riciclaggio anticipato”.

È evidente lo stretto legame esistente tra gli illeciti tributari disciplinati dal D.Lgs. n. 74/2000 e il riciclaggio e autoriciclaggio, di cui agli artt. 648 bis e 648 ter 1 c.p. di questo si occupa la Circolare 1/2018 del Comando Generale della Guardia di Finanza, ovvero il nuovo Manuale operativo in materia di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali.
I casi più interessanti che vengono disciplinati nel Manuale operativo delle Fiamme Gialle riguardano le fattispecie in cui l’illecito tributario si presenta come funzionale alla re-immessione nel circuito legale di proventi illeciti, si pensi al caso di emissione di falsa fattura, alla ricchezza prodotta da un’attività lecita può degenerare in profitto illecito, sotto forma di provvista extracontabile, comunque astrattamente idonea a divenire oggetto di successivo riciclaggio o autoriciclaggio.

In tali casi appare complesso l’accertamento del carattere della connessione tra fattispecie tributarie e di riciclaggio, ecco quindi che il nuovo manuale operativo stabilisce che i militari operanti, nel corso di attività investigative relative a condotte potenzialmente perseguibili a titolo di riciclaggio, di “svolgere i necessari accertamenti volti a ricostruire, con la maggiore puntualità possibile, le condotte che abbiano originato gli illeciti flussi finanziari oggetto di successivo riciclaggio”.

Si tratta di una formulazione che risente della difficoltà di dover provare la “provenienza” delle utilità reimmesse nel circuito legale, quale frutto di reato tributario, in considerazione della fungibilità tipica del denaro e della normale propensione del riciclatore a eliminare le tracce dell’illecita provenienza. D’altra parte, si rileva che le fattispecie di riciclaggio non contemplano il requisito della “identificabilità” dei flussi di ricchezza ed è, invece, sufficiente che “sia raggiunta la prova logica della provenienza illecita delle utilità oggetto delle operazioni compiute” (Cass., Sez.V, 26 settembre 2008, n. 36940). Eppure, tale indirizzo giurisprudenziale non è ancora né definito né univoco, anche se consente di poter perseguire anche il cosiddetto “riciclaggio per equivalente” cioè prescindendo dalla ricostruzione dei flussi in entrata (proventi di reati tributari) e dei successivi re-impieghi e ritenendo non necessario l’accertamento giudiziale del reato presupposto (da ultimo, Cass., Sez.II, 13 marzo 2015, n. 10746).

Ciononostante, l’accertamento della connessione è necessario in considerazione di un’altra circostanza: il “disallineamento temporale” che divide il momento in cui avviene il flusso finanziario o di ricchezza potenzialmente oggetto materiale delle condotte di riciclaggio e quello di perfezionamento dei reati tributari. Basti pensare al comportamento fraudolento previsto e punito dagli artt. 2 e 3 del D.Lgs. n. 74/2000 che può essere idealmente suddiviso in due momenti distinti: l’annotazione di fatture per operazioni inesistenti o l’attuazione di artifizi contabili e la presentazione della dichiarazione annuale in cui vengono recepiti gli effetti ai fini d’imposta o l’omessa presentazione della dichiarazione, come nelle ipotesi di cui all’art. 5 del menzionato decreto. Ebbene, in tali casi, non può tenersi conto del fatto che il delitto (reato presupposto) si perfeziona soltanto nel secondo momento, quello della presentazione (o omessa presentazione) della dichiarazione annuale. Diversamente – sostengono i Giudici della Cassazione – si incorrerebbe nell’errore di perseguire una sorta di “riciclaggio anticipato” (Cass. , Sez. II, 13 gennaio 2015, n. 981).

Ecco che in considerazione di tale disallineamento, la ricostruzione del flusso finanziario – compreso quello in uscita, di re-immissione nel circuito legale del risparmio indebito – non potrà assumere rilevanza se non dopo la consumazione del reato presupposto, come nel caso in esempio, la presentazione della dichiarazione.

In conclusione il Comando Generale della Guardia di Finanza, rielaborando il Manuale operativo in materia di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali ha tenuto conto dei recenti orientamenti giurisprudenziali e delle possibili ricadute sull’attività operativa, in particolare, ha considerato che secondo la Cassazione: ai fini dell’accertamento della connessione tra fattispecie tributarie e di riciclaggio è determinante “svolgere i necessari accertamenti volti a ricostruire, con la maggiore puntualità possibile, le condotte che abbiano originato gli illeciti flussi finanziari oggetto di successivo riciclaggio”.